Il testo completo dell'intervento di Daniele Primavera in occasione dell'approvazione del Bilancio 2010.E
’ con grande amarezza che mi appresto a fare questo discorso che parte da un assunto: ovvero che la proposta politica sulla quale la coalizione di centrosinistra, da Rifondazione fino al Partito Democratico, ha fondato la propria coesione è fallita nei suoi obiettivi. E se da un lato è doveroso prenderne atto, dall’altro sento il dovere verso la città di assumermi fino in fondo e anche in prima persona la responsabilità di questa sconfitta. E’ sì la sconfitta collettiva di un sindaco, di una giunta, di una maggioranza consiliare; ma è anche una sconfitta che sento mia e del partito di cui sono espressione. Non abbiamo alcuna intenzione di tirarci fuori dal novero delle responsabilità delle quali noi siamo abituati a farci carico; non esiste, tuttavia, la possibilità che la consapevolezza di queste responsabilità diventi motivo per nascondere ai cittadini il degrado di questa politica e a prorogare la data di scadenza di questa esperienza amministrativa. Questo non è permesso a una forza politica seria e intellettualmente onesta; lasciamo questa scelta a chi fa della politica una bandiera e non il più nobile dei processi di trasformazione e miglioramento della società.
Non ho intenzione di ripetere ancora una volta le ragioni di merito che ci hanno portato ad privare questa amministrazione del nostro sostegno già da molti mesi: le nostre posizioni dovrebbero essere note a questo consiglio, a questa giunta e a questo sindaco. Vogliamo invece investigare le ragioni più profonde della sconfitta politica, della mancanza di una guida, dello stallo in cui si trova oggi l’amministrazione comunale, provando ad offrire qualche spunto per il futuro di una nuova politica sambenedettese, di cui la città ha un disperato bisogno. Come si è arrivati a questo punto? E’ questa la domanda che oggi ci assilla, unita all’altra ancora più urgente: come se ne esce, e su quali terreni deve costruirsi il futuro?
Partiamo dalla prima domanda. Se, come abbiamo detto, di sconfitta si tratta, di certo le maggiori responsabilità in virtù del ruolo ricoperto ricadono sul Sindaco. Un sindaco che non può certo pensare di salvarsi dopo quattro anni di mandato appellandosi alle sue indiscusse doti dialettiche, tappezzate di proclami, scaricabarile, allunghi fantasiosi, citazioni, richiami, moralismi frequenti e fuori luogo. L’amministrazione parla con gli atti, usa dire: se è così, l’amministrazione sta zitta da un bel pezzo, e quando parla lo fa a sproposito. Restiamo un momento sui dati di questo bilancio. Al di là della modalità con cui questa maggioranza ha tentato di trovare un sostegno in consiglio – altro che cappello in mano, sindaco! – sorprende la pochezza della mediazione trovata. Guardiamo gli emendamenti al bilancio e ricapitoliamo. Punto primo: in dieci secondi – netti – di commissione bilancio avete differito di un ulteriore anno la riqualificazione di Via Piemonte, che insieme a Via Toscana è la sorella povera di Viale de Gasperi. Riqualificazione che non aveva certo pianificato la minoranza: l’avevate decisa voi, la vostra giunta, poche settimane fa, salvo poi rimangiarvela oggi. Ma quali sono i criteri in base ai quali decidete come, cosa, quando riqualificare? Altro che bilancio partecipato! Come abbiamo rilevato più volte vi muovete solo ed esclusivamente sotto la pressione delle minacce e della convenienza di interessi particolari in una guerra di correnti.
Ma non finisce qui: Felicetti impone un altro passaggio, ovvero la riqualificazione del lungomare. Chi non è d’accordo con la riqualificazione del lungomare, per cortesia, alzi la mano. Vi dà anche una buona idea, fare un concorso di idee. Idea che voi subito accogliete. Ma come? Ma ad Agosto di quest’anno non avete conferito a un tecnico l’incarico, per quindici mila euro, per elaborare una simulazione video di come sarà fatto il lungomare? Un incarico che è scaduto a Novembre, anzi, dovremmo avere già il risultato. Noi comuni consiglieri mortali avevamo dedotto che, dovendo fare la presentazione di un progetto, il progetto ci fosse già. Non c’era? E se invece c’era, chi l’ha redatto, quanto è costato in termini di lavoro del personale, e che fine fa? Viene buttato via? Altro denaro buttato al vento. Per non parlare dell’incarico stesso: cosa ce ne facciamo adesso di una animazione video nella quale viene mostrato un meraviglioso lungomare che non esisterà mai? Questa è davvero una operazione di frontiera, di pura avanguardia: avete realizzato il primo lungomare virtuale della storia!
D’altronde un altro bell’esempio della vostra qualità progettuale la troviamo al punto 12 dell’odierno ordine dei lavori. Dopo aver promesso alla città un piano regolatore di ampio respiro ecco che chiedete a questo consiglio – e davvero, mi auguro che questa proposta sia respinta – una megavariante, un enorme accordo con il privato completamente arbitrario, le cui linee guida sono state decise da quattro gatti in dieci giorni alla totale insaputa della città. Da chi sono state decise? In quale sede istituzionale? Ma non eravate voi quelli che attaccavano Bellagamba sulla partecipazione? Ricordo male?
Linee guida che a chiamarle così, sinceramente, ci vuole coraggio: perché mi dovete spiegare che limite è “delimitata a nord dal Fosso Acquachiara a sud dal Fosso Collettore, ad est dal mare ed a ovest dal tracciato dell’autostrada A14”. Ma che limite è? Praticamente ci stanno dentro tutte le aree libere da San Benedetto a Porto d’Ascoli, ad esclusione di quelle immediatamente a nord del torrente Acquachiara, che francamente non si capisce perché dovrebbero essere escluse; possono rientrare nel presunto progetto le aree vicine alla caserma dei carabinieri, e invece non possono essere incluse, non so, quelle vicine al blockbuster; e che dire delle aree a ovest della statale? Ma che diavolo c’entrano? non riusciamo proprio a capire perché debbano essere incluse, dal momento che da un punto di vista urbanistico sono aree collinari completamente difformi da tutto il resto, e anzi in gran parte sono ancora – e per fortuna – destinate all’agricoltura. Fateci capire, che ci volete fare? Complessi residenziali anche lì? Ma voi non volevate, come dicevate una volta, fermare l’aggressione della collina? Altro che bilancio partecipato, caro Di Francesco! Mentre lei misurava col righello i metri quadri d’asfalto – non so se lo sa, ma si chiama geometria, misurazione della terra - illudendo sé stesso e i cittadini che questa nobile attività possa chiamarsi “governo della città”, qualcun altro decideva per lei del futuro di qualche tavola di terra privata. E oggi abbiamo una delibera di indirizzo che poteva essere riassunta in tre parole: “Sindaco, veda lei”. Che vi devo dire, colleghi di maggioranza: fate un po’ voi, se vi sta bene. Altro che taglio dei consiglieri di Calderoli. Se fosse per questa giunta e questo sindaco il consiglio comunale potrebbe pure non esserci. Sarebbe uguale. Ma allora lo potevamo fare tre anni fa. Che diamine hanno fatto i nostri amministratori per tre anni? Perché nessuno tre anni fa, prima delle elezioni, ha detto a noi ed agli elettori: “lasciamo perdere il piano regolatore; per fare le cose necessarie mettiamoci d’accordo col privato e in un sol colpo risolviamo tutto. Che saranno mai, sei o settecento appartamenti in più!”. Rifondazione e i Verdi sottrassero il loro apporto al PD di oggi proprio su questo approccio. E oggi?
Non ci possiamo però fermare alla contingenza, anche se ci offre ghiotte occasioni di critica e spunto polemico. Proviamo a guardare un po’ oltre: le ragioni della sconfitta politica di cui parlavo vanno ricercate più in fondo. Sarebbe del tutto sbagliato, oltre che ingiusto, tentare di scaricare le responsabilità di tale scempio sull’operato, per quanto poco illuminato e illuminante, di una sola persona. A difettare in modo evidente è stato il sistema della nostra comunità, che ha prodotto – per la seconda volta in pochi anni – un consiglio comunale non all’altezza di cimentarsi con i problemi e le opportunità di quella che da tempo, ormai, non è certo un paesino di provincia, tutti chiamiamo Città. Ma attenzione: non si tratta di certo di un giudizio, che ovviamente non ci possiamo permettere, sulla buona fede dei consiglieri, né tantomeno sulla loro intelligenza o sulle loro indubbie capacità. Si tratta, semplicemente, di prendere atto di un corto circuito ormai più che decennale tra partiti, amministratori, comitati di quartiere, ambiti professionali, che hanno sostituito il vecchio – e difettoso in altri modi – sistema partitocentrico di selezione della classe dirigente.
Sostituendolo con il nulla assoluto: l’Italia delle parrocchie, non quelle religiose sia chiaro, ma quelle dei piccoli gruppi d’interesse, che svolgono senz’altro un ruolo insostituibile nella difesa di interessi parziali o corporativi ma che non hanno e non avranno mai la vocazione a formare classe dirigente. Tenterò di spiegarmi meglio, scusandomi se farò riferimento alla mia esperienza personale, che di certo non è paradigma assoluto, ma che sarei ipocrita a nascondere e spacciare per ininfluente nella mia elaborazione.
In questo consiglio comunale ho avuto occasione di conoscere decine di colleghi assolutamente competenti, ricchi di esperienze maturate nei settori più disparati. Pochi, invece, hanno “la politica in testa” per dirla con l’attuale sindaco – che mi perdonerà se prendo in prestito una sua espressione, per una volta felice; ovvero hanno la capacità di sviluppare e mediare una visione di città che permetta di guardare l’insieme.
In questo, forse, non ha avuto un ruolo positivo la prassi di aver fornito a tanti consiglieri delle deleghe de facto, peraltro svolte egregiamente (penso a Pezzuoli, Palestini, Del Zompo, ma anche ad altri), prassi che ha inquinato però la possibilità dei singoli di adempiere al proprio ruolo di indirizzo e controllo; perché diciamocelo, quando si è presi da un compito operativo nel quale si riscontra un successo immediato e tangibile, e in particolar modo in campo sociale o urbanistico, appare molto più complicato mantenere uno sguardo terzo e serenamente critico sull’intero spettro delle azioni amministrative intraprese.
Questo è stato particolarmente vero anche per la Giunta, che ha dimostrato di non saper agire come un organo collegiale, diversamente da quanto prescritto dal TUEL, ma piuttosto come un gruppo di singoli incaricati, dove ciascuno svolge una piccola parte sulla quale nessun altro ha il diritto di intervenire. Voglio riconoscere il merito di aver tentato di spezzare questa logica, pur nella profonda diversità di vedute che spesso ha caratterizzato questo confronto, all’assessore Emili, che diversamente da altri è sempre stata pronta motivare in tutte le sedi con informazioni più o meno convincenti ma sempre chiare le proprie azioni, e ha saputo comunque svolgere un ruolo anche critico nei confronti di questioni che trascendessero le proprie deleghe, rivolgendosi al consiglio comunale ed alla sua maggioranza in modo chiaro e spesso pubblico, a differenza di altri assessori che hanno preferito non svolgere alcun ruolo politico trasparente.
Tuttavia, anche a causa del depauperamento subìto dalle organizzazioni partitiche, e dunque di fronte all’azzeramento della proposta propulsiva proveniente dall’esterno, i tentativi operati dai singoli non hanno goduto di alcuna fortuna.
Un esempio particolarmente calzante di queste dinamiche l’abbiamo avuto con l’inizio del cosiddetto “bilancio partecipato”. Altre esperienze altrove funzionanti e a noi ben note hanno in comune con questo soltanto il nome.
Per quasi quattro anni, devo dire da noi percepiti come interminabili, abbiamo sentito l’assessore al bilancio discettare di metri quadrati di asfalto, di copertura di buche, di ordinaria manutenzione. Qualcuno ci avrebbe dovuto spiegare cosa diavolo c’entra con gli asfalti l’assessorato al bilancio, che dovrebbe gestire le strategie di finanziamento dell’ente, la pressione fiscale sui cittadini, programmando le economie delle grandi progettualità e i servizi essenziali in conformità alle disponibilità comunali. Nessuno questo ha saputo spiegarlo; semplicemente, questo compitino è stato assunto dall’assessore Di Francesco e portato avanti con criteri discutibili e modalità che abbiamo già avuto occasione di criticare. Di certo, appare difficile conciliare l’alto impegno di programmazione richiesto da quella delega con i report di buche tappate che gli abbiamo sentito fare in consiglio comunale.
Tornando al consigli, dunque, potremmo riassumere queste considerazioni ricordando come la somma di 31 visioni particolari non fa una visione complessiva ma, piuttosto, un insieme di tessere di puzzle diversi, che ritraggono parti diverse di immagini diverse, e dunque non componibili in alcun modo.
E questo vale per chi, come qualche consigliere, ha ritenuto di essere un consigliere di quartiere e non di tutta la città; o chi, fiducioso dell’esperienza maturata nel proprio settore professionale, del volontariato, sportivo, ha ritenuto di poter concentrare in quel settore tutte le sue aspettative politiche tralasciando invece quella composizione delle differenti visioni generali che dovrebbe essere il compito del consiglio comunale.
L’insieme delle singole attitudini non fa una amministrazione efficiente; produce anzi un’azione nella migliore delle ipotesi caotica, quando non evidentemente contraddittoria e senza orizzonte. Occorre quindi recuperare la capacità del Consiglio di poter mediare tra visioni non certo immutabili ma almeno complessive; soltanto in questo modo la Politica, quella che alcuni si ostinano a scrivere con la P maiuscola, può davvero essere motore della crescita culturale della comunità cui fa riferimento. Soltanto così può essere capace di interloquire con i diversi interessi senza esserne subalterna; soltanto con il coraggio di scelte maturate nel tempo può essere autonoma dalle pressioni indebite, pur naturali in una società complessa, e generare buone pratiche che nascano da un sano esercizio del diritto di cittadinanza.
In questo quadro l’esempio più chiaro è quello che riguarda il Piano di Spiaggia: non presente nel Programma di Mandato, inserito a forza tra le priorità, approvato in contrasto con la normativa vigente con l’accordo di una sola categoria presieduta da un vostro compagno di partito, per arrivare poi a cosa? Ad elezioni regionali in cui, guarda caso, il presidente di quella categoria viene candidato, e dunque non è soltanto un dirigente del partito e un portatore di interessi di categoria, ruoli che di per sé mi paiono piuttosto contraddittori, ma ora anche un candidato per le regionali. Praticamente una trinità. Ma davvero ritenete che una dinamica di questo tipo non sia notata dai cittadini? Che possa spacciare una operazione come quella sul piano di spiaggia per una iniziativa fatta nell’interesse della città e non della bottega del partito? E voi, consiglieri di maggioranza, che ne pensate? A voi sfugge il nesso tra questi episodi? A me no. Vi rendete conto di essere stati protagonisti di quella scelta, col vostro voto in consiglio comunale? Non sono cose che vi sono passate sopra, decise da alte sfere di intoccabili. Le avete decise voi. Ve ne rendete conto?
Questi, in sintesi, i nodi che sta al centro del fallimento di questa esperienza. Quante volte, infatti, siamo arrivati in consiglio comunale a votare dei punti nei quali non un singolo consigliere è intervenuto favorevolmente? Eppure quei punti sono passati.
Un simile comportamento si può spiegare, fatta salva la buona fede dei votanti, soltanto se si comprende il risultato delle logiche che nel tempo hanno portato ad un miscuglio di delega, subalternità e prigionia intellettuale che ha reso impossibile ogni forma di controllo.
Non è sempre stato così. All’inizio questo gruppo è apparso permeabile alle istanze che venivano in sede consiliare, dimostrando così autorevolezza e capacità di sintesi. Pian piano però ogni voto si è trasformato in una non discutibile espressione di fiducia personale nei confronti del Sindaco, in maniera esattamente speculare a quanto sta avvenendo a livello nazionale con il governo Berlusconi; confermando il paradosso per cui molti di noi, ormai, vedono i problemi soltanto quando c’è di mezzo Berlusconi, mentre se le stesse identiche pratiche siamo noi ad applicarle, in quel caso va bene a tutti, o per lo meno ci si può passare sopra.
E’ questo il più grave degli errori, e lo dico a coloro i quali, in maggioranza, erano più radicali nell’avversare quei comportamenti. Berlusconi non è eterno, per quanto egli sia convinto del contrario. Ha ragione chi sostiene che il dopo-Berlusconi è oggi. Al tramonto della sua leadership ci ritroviamo con un paese che dovrà essere ricostruito socialmente. Dobbiamo essere in grado di farlo rifiutando noi stessi le pratiche che ascriviamo al berlusconismo: perché altrimenti questo vorrebbe dire che non siamo capaci di essere migliori della destra. Nessuno di noi si senta migliore di altri per concessione divina: ma ci sia in noi piena consapevolezza di dover lavorare insieme per esserlo. Perché un uomo di destra che corrompe è uguale a un uomo di sinistra che corrompe. Un uomo di destra che finanzia clientele è uguale a un uomo di sinistra che finanzia clientele. Un uomo di destra che fa leggi a suo beneficio o le interpreta a suo vantaggio è uguale a un uomo di sinistra che si comporta allo stesso modo, per approvare un piano particolareggiato, svincolare un’area, vendere un capannone. Possiamo essere altro, e abbiamo il dovere di esserlo: non quello di sostenere che lo siamo in campagna elettorale.
Non è un caso forse che la prassi descritta del “voto di fiducia” si affermi contemporaneamente in livelli di governo diversi, in coalizioni diverse; e che da un lato le stesse obiezioni di sostanza che oggi vengono fatte da Rifondazione Comunista alla propria ex maggioranza, siano state firmate il 19 Marzo di quest’anno da cento deputati di AN che chiedevano, evidentemente senza successo, di poter preservare la loro autonomia senza essere sottoposti al ricatto della fiducia.
Perché se l’Italia è una repubblica parlamentare, il comune non è un ente comandato da un sindaco, ma piuttosto indirizzato e controllato da un consiglio sovrano sull’intera attività comunale, rappresentando l’unico organo collegiale elettivo, che rispecchia proporzionalmente la composizione dell’elettorato. L’unico: non ce ne sono altri. Il sindaco e la giunta sono espressione di poco più della metà degli elettori: il consiglio rappresenta tutti.
Questo vuol dire che le decisioni prese dal Consiglio non sono competenza diretta del sindaco né tantomeno della Giunta, che nel consiglio comunale non ha neppure diritto di voto. Sono i consiglieri a dover rappresentare il motore dell’attività amministrativa; non si tratta di personaggi votati alla ratifica di decisioni prese altrove. Se non si riesce a comprendere questo, beh, vuol dire che l’odiosa definizione di “consiglieri-paletta” è calzante. E non venitemi a dire che lo strumento dell’apposizione della fiducia non riguarda il consiglio; basterà ricordare cosa accadde l’unica volta in cui una votazione non seguì l’accordo blindato in maggioranza. Da allora nessuno della maggioranza, ad eccezione della sempre attiva consigliera Lazzari, ha avuto il coraggio di rompere quel percorso, chi per subalternità, chi per paura, chi per scarsa convinzione, chi per convenienza.
E’ in questa condizione politica che vi apprestate a votare il bilancio che, qualunque risultato registri diverso dalla maggioranza uscita dalle urne, rappresenta la tomba di questa esperienza politica. Una tomba che non è stata costruita oggi, ma che oggi è pronta dopo tre anni di errori.
Avremmo preferito che l’orgoglio del sindaco, per una volta, fosse messo in secondo piano rispetto agli interessi della città.
Avremmo preferito che ci fosse più tempo per intavolare un nuovo discorso, evitando patetici tentativi in extremis di giocare su tutti i tavoli disponibili nella peggiore tradizione politicista che avete sempre sostenuto di detestare.
Non è andata così: con il comportamento di queste settimane avete definitivamente concluso l’esperienza avviata nel 2006. I consiglieri di maggioranza che voteranno queste delibere sappiano che in questo modo si continua a stravolgere il programma di mandato che loro stessi hanno votato e sul quale hanno raccolto il consenso dei cittadini, ribaltando la volontà popolare. A meno che il sindaco non continui a ripetere, perfetto contraltare al Presidente del Consiglio dei Ministri, “io sono stato votato dai cittadini e ho diritto di andare avanti, ovvero di fare qualunque cosa”.
E lo farà, a quanto pare appoggiandosi nientedimeno che al candidato sindaco dell’ex Alleanza Nazionale e dell’UDC, il sig. Costantini, e del Professor Felicetti, esponente della lista che porta il nome dell’ex sindaco Martinelli. Non vi lasciate ingannare da quello che dice il Popolo della Libertà quando li definisce traditori, regalandovi il piacere di aver accolto un disertore del nemico: non lo sono affatto. Siete voi che state facendo le stesse identiche cose che avrebbero fatto loro, venendo meno ai vostri impegni elettorali. Ecco spiegato la spaccatura dell’UDC.
Quanto alla posizione di Felicetti, confesso che comunque mi ha stupito e non poco, perché ricordo i tre anni appena trascorsi, ricordo i consigli comunali, lo ricordo alzarsi e proporre interventi su interventi prontamente bocciati dal Sindaco. Oggi che è in difficoltà, Felicetti che fa? Si fida. Ma io dico, prendendomi il diritto di darti del tu: ma come fai a fidarti? Per anni le proposte della minoranza sono state umiliate, respinte, quando non addirittura derise. E oggi che costoro hanno bisogno soltanto di un voto ti aspetti che le loro promesse siano mantenute e gli impegni portati avanti con diligenza? Ma non ti è parso poco serio già il modo in cui hanno affrontato il problema del completamento del lungomare? Non credi che non appena ricompatteranno le loro fila sarai il primo ad essere sacrificato senza alcuna reticenza, proprio come successo a noi?
Per non parlare della trattativa in commissione; a dir poco stucchevole! “Ci vogliono 9 milioni di euro – no, 5 – ma forse 4 vanno bene, 3 non sarebbe male – con 2 già si parte – beh ma la progettazione con 1,5 milioni di euro si fa – facciamo un milione di euro e non se ne parli più”. Ma neanche Totò! Un po’ di debiti, cancelliamo la riqualificazione di Via Piemonte e abbiamo risolto.
Come dicevo in apertura, tuttavia, è necessario porsi oggi la domanda più importante: come si esce da questa situazione? Io credo che il rapporto con questa amministrazione comunale non sia in alcun modo ricucibile, alla luce non tanto dei fallimenti, che purtroppo possono anche capitare alle migliori amministrazioni – e questa non è una di quelle – ma soprattutto considerando l’arroganza con la quale il sindaco si è rifiutato di aprire una qualunque discussione su uno qualunque dei punti che l’amministrazione ha deciso di portare avanti.
Rifondazione lancia a tutto il centrosinistra, anche alla parte migliore del PD, la sfida di ricostruire, da oggi, da subito, il dopo-gaspari: tornando a discutere dei temi, recuperando il senso del programma con cui la vecchia coalizione ha vinto nel 2006, restituendo alla politica quel ruolo di leadership che la città si aspetta, adottando in modo intimo le forme democratiche non tramite consultazioni e primarie pleonastiche ma nella sostanza di una politica trasparente e responsabile.
Per poter fare tutto questo, però, è necessario gettare lo sguardo oltre il ristrettissimo steccato di questa triste esperienza amministrativa. Vi invito a non perdere tempo, e a farlo subito, qualunque sia il vostro voto.